BIBLIOTECHE, PRESTITO GRATUITO ADDIO.
E SI PAGHERÀ UNA GABELLA SULLE FOTOCOPIE DI ARTICOLI
Il Senato approva. Col decreto fiscale del 23 novembre, istituito il fondo per il pagamento agli editori dei "diritti di prestito" delle biblioteche e discoteche pubbliche dello stato e degli enti locali. Il fondo sarà gestito dalla Siae e costerà ai cittadini circa 6 milioni di euro fino al 2008. Poi si vedrà. Esentate dal prestito a pagamento solo le biblioteche universitarie e le scolastiche.
Con una variazione alla legge 633/1941 sul diritto d'autore viene cancellato nel nostro Paese il diritto di prestito pubblico.
Dal 2004 Bruxelles chiedeva al governo Berlusconi (ministri competenti prima Urbani e poi Buttiglione) di "difendere" la legge italiana sul diritto d'autore, che esentava le biblioteche dal versare diritti per il prestito pubblico, in quanto "imputata" dalla Commissione di essere in contrasto con una direttiva Ue del 1992. In assenza di qualsiasi risposta o iniziativa da parte del precedente governo, la procedura d'infrazione per tale "inadempienza" è così giunta lo scorso 26 ottobre, senza colpo ferire, alla condanna dell'Italia da parte della Corte di giustizia dell'Aja. Un esito scontato che l'attuale governo ha fronteggiato nel decreto fiscale appena approvato dal Senato.
C'è poco da rallegrarsi, il diritto di prestito pubblico italiano è stato stracciato. Anzi, per come sono andate le cose, c'è da aggiungere il rammarico che una "mano" di centrosinistra ha eseguito ciò che una "mente" di centrodestra (e le sue lobbies editoriali, con la Mondadori di Berlusconi in testa) aveva lasciato che divenisse "inevitabile", cioè istituire una tassa pubblica sulla circolazione dei libri e della cultura. Ma tant'è.
Ora occorrerà chiedere a gran voce che la direttiva europea 92/100/CEE del 1992 («assurda» secondo intellettuali prestigiosi come Tullio Gregory, direttore della Biblioteca digitale italiana: leggi) sia riesaminata, o quanto meno la sua interpretazione applicativa "restrittiva" che è stata adottata nell'accogliere i ricorsi contro diversi Stati giudicati a vario titolo egualmente inadempienti. La questione non interessa solo l'Italia, ma anche la Spagna e altri Paesi dell'Unione (compresi quelli di nuova adesione).
Dall'attuale sconfitta della battaglia contro il prestito a pagamento va dunque tratta una più matura consapevolezza che porti le forze progressiste, culturali e politiche, italiane ed europee a rilanciare con risolutezza il tema della libera e gratuita circolazione dei libri, della cultura e della conoscenza. Difendendo la possibilità di ciascun Paese di mantenere la propria tradizione culturale e giuridica di esercizio di tale diritto. E opponendosi viceversa a una "armonizzazione" delle diverse normative in chiave neoliberista e privatistica che di fatto restringe un essenziale diritto culturale a vantaggio di interessi mercantili assunti come superiori. (pt)
Pubblichiamo il testo dell'articolo 32 (commi 132, 133 e 134) del decreto fiscale approvato dal Senato il 23 novembre, con le nuove misure che introducono il prestito a pagamento nelle biblioteche pubbliche.
Articolo 32 Articolo 32
132. In recepimento della direttiva 92/100/CEE del Consiglio, del 19 novembre 1992, al fine di assicurare la remunerazione del prestito eseguito dalle biblioteche e discoteche dello Stato e degli enti pubblici, è autorizzata la spesa annua di 250.000 euro per l’anno 2006, di 2,2 milioni di euro per l’anno 2007 e di 3 milioni di euro a decorrere dall’anno 2008 per l’istituzione presso il Ministero per i beni e le attività culturali del Fondo per il diritto di prestito pubblico. Il Fondo è ripartito dalla Società italiana degli autori ed editori (SIAE) tra gli aventi diritto, sulla base degli indirizzi stabiliti con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali, sentite la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e le associazioni di categoria interessate. Per l’attività di ripartizione spetta alla SIAE una provvigione, da determinare con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali, a valere sulle risorse del Fondo. Le disposizioni di cui al presente comma si applicano ai prestiti presso tutte le biblioteche e discoteche di Stato e degli enti pubblici, ad eccezione di quelli eseguiti dalle biblioteche universitarie e da istituti e scuole di ogni ordine e grado, che sono esentati dalla remunerazione dei prestiti. All’articolo 69, comma 1, alinea, della legge 22 aprile 1941, n. 633, e successive modificazioni, le parole: «, al quale non è dovuta alcuna remunerazione» sono soppresse.
133. All’onere di cui al comma 132, pari a 250.000 euro per l’anno 2006, a 2,2 milioni di euro per l’anno 2007 e a 3 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2008, si provvede quanto a euro 250.000 per l’anno 2006, euro 1,2 milioni per l’anno 2007 ed euro 3 milioni a decorrere dall’anno 2008 mediante utilizzo di parte delle maggiori entrate derivanti dal presente decreto e quanto a euro 1 milione per l’anno 2007 mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2006-2008, nell’ambito dell’unità previsionale di base di parte corrente «Fondo speciale» dello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze per l’anno 2006, utilizzando per l’anno 2007 la proiezione dell’accantonamento relativo al Ministero degli affari esteri.
134. Il Ministro dell’economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.
E ARRIVA ANCHE LA GABELLA SULLE FOTOCOPIE DI ARTICOLI DI GIORNALI E RIVISTE
A quanto previsto in materia di prestito pubblico nelle biblioteche, il decreto fiscale del 23 novembre aggiunge una ulteriore misura nella stessa direzione per il pagamento di royalties sulle fotocopie o altre riproduzioni, anche parziali, di articoli di riviste e giornali. Anche in questo caso il regalo agli editori inserito tra le pieghe di questo decreto legge introduce una rilevante modifica alla legge sul diritto d'autore finora vigente, aggiugendovi ex novo un intero comma che comprime con una nuova e anacronistica gabella economica la circolazione delle informazioni, delle idee e delle conoscenze nella loro forma più viva, gli articoli.
Di seguito il testo integrale del comma 1 dello stesso articolo 32 del decreto fiscale che contiene la nuova disposizione.
Articolo 32.
(Riproduzione di articoli di riviste o giornali)
1. All’articolo 65 della legge 22 aprile 1941, n. 633, dopo il comma 1, è inserito il seguente:
«1-bis. I soggetti che realizzano, con qualsiasi mezzo, la riproduzione totale o parziale di articoli di riviste o giornali, devono corrispondere un compenso agli editori per le opere da cui i suddetti articoli sono tratti. La misura di tale compenso e le modalità di riscossione sono determinate sulla base di accordi tra i soggetti di cui al periodo precedente e le associazioni delle categorie interessate. Sono escluse dalla corresponsione del compenso le amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165.».
La Biblioteca nazionale centrale di Roma, gli uffici. Per visitare il sito ufficiale clicca qui.
ROMA Biblioteca Nazionale Centrale
L'UTENTE (S)PERDUTO
n. 273 del 18-11-06 pagina 31
Biblioteca nazionale l’inferno quotidiano del lettore sperduto
- di Giuseppe Iannaccone
Per il condannato a percorrere il girone infernale della Biblioteca Nazionale di Roma, il lunedì e il giovedì rappresentano i giorni della speranza. Solo allora, lo studioso o il semplice lettore godono del privilegio di poter richiedere libri in consultazione anche il pomeriggio, addirittura fino alle 17,30. Nel resto della settimana, alle 14 la distribuzione è interrotta e chi s'è visto s'è visto. Ci si accontenta di sfogliare i volumi lasciati in deposito con lodevole lungimiranza nei giorni precedenti o di ritirare fotocopie pagate a peso d'oro.
Ma il lunedì e il giovedì si possono sparare tutte le cartucce bibliografiche gelosamente predisposte in settimane di sovietica programmazione. Tre libri per volta (questo è il massimo consentito) e richieste da scaglionare un'ora dopo l'altra. Ma la fiducia nella tempestiva consegna del volume è destinata ben presto a naufragare e l'ignaro esploratore delle spaziose sale di Castro Pretorio scopre che l'attesa promessa di un'ora si dilata, quando va bene, almeno del doppio. Gli habitué convinceranno il neofita a non dirsi sfortunato: ...
Diamo conto di due degli ultimi esempi di utente (s)perduto nelle biblioteche pubbliche del nostro Paese, l'Italia che dovrebbe essere patria ospitale di arte e cultura.Le due situazioni, quella della storica Nazionale di Roma, nella capitale, e l'altra in Sicilia nella lontana e piccola Cattolica Eraclea (città fondata dai Greci e famosa per le sue vestigia di quella civiltà), non sono di per sé paragonabili. Nondimeno, hanno in comune il medesimo problema di fondo, che nelle regioni del centro-sud si manifesta più acutamente: un «deficit» nell'offerta di fruizione che gli utenti sperimentano — dove più dove meno — nelle nostre biblioteche pubbliche. Ci sono casi emblematici come quelli ripetutamente rilevati in grandi biblioteche storiche come le Nazionali di Roma e Firenze e in molte altre (periodicamente denunciati anche sulla grande stampa) e poi ci sono i casi estremi come quello della Comunale «abbandonata» di Eraclea che affida ad un video la richiesta di essere riconsegnata ai suoi lettori. Ma al di là degli aspetti locali anche diversissimi quello della "fruizione bibliotecaria" è in Italia un problema generale, «sistemico».
Lo abbiamo trattato più volte in questa rubrica del Bibl'og.....
in corso di edizione
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TULLIO GREGORY INTERVIENE IN DIFESA DEL PRESTITO GRATUITO NELLE BIBLIOTECHE PUBBLICHE. «La finanziaria
non faccia
piangere i lettori» SOTTO IL TESTO INTEGRALE DELL'ARTICOLO
LA CORTE DI GIUSTIZIA DELL'AJA HA SENTENZIATO CHE LE BIBLIOTECHE PUBBLICHE ITALIANE DEVONO INTRODURRE IL PRESTITO A PAGAMENTO IN QUANTO L'ATTUALE PRESTITO GRATUITO VIOLA UNA DIRETTIVA EUROPEA DEL 1992. INSOMMA SONO FUORI LEGGE.
E IL GOVERNO STORNA 3 MILIONI DI EURO NELLA FINANZIARIA 2007 PER UN FONDO CHE PAGHI QUESTA NUOVA TASSA SULLA CULTURA.
SOLDI PUBBLICI DI TUTTI I CITTADINI CHE ANDRANNO ALLA SIAE E DA DA LÌ AI GRANDI GRUPPI EDITORIALI E AGLI AUTORI PIÙ NOTI E AFFERMATI SUL MERCATO. MENTRE VENGONO SOTTRATTI ALLE BIBLIOTECHE CHE AVRANNO ANCORA MENO RISORSE PER I SERVIZI AI LETTORI, L'ACQUISTO DI LIBRI E RIVISTE E LA PROMOZIONE DEGLI AUTORI MINORI E NON ANCORA AFFERMATI.
Anche la Spagna è stata condannata dalla Corte dell'Aja per la stessa inadempienza contestata all'Italia. Vedremo come si muoverà il governo Zapatero. Da parte sua il governo italiano si è inserito nel solco tracciato dal governo Berlusconi che, con il ministro Urbani, ha lasciato che il procedimento avviato a Bruxelles nel 2003 arrivasse senza colpo ferire alla sentenza dei giorni scorsi. Il precedente governo infatti non ha preso alcuna iniziativa in nessuna direzione ma si è limitato ad avanzare più volte l'intenzione di risolvere in qualche modo il pagamento di questa nuova tassa agli editori. E tra i beneficiari maggiori naturalmente gli editori maggiori, quindi lo stesso ex presidente del Consiglio. Ma trattandosi di una tassa la cui introduzione da parte del governo era sgradita ad alcune forze della coalizione di destra (come AN), il precedente governo ha lasciato tutto a bagnomaria (ha ignorato anche le richieste di chiarimento provenienti dalla Commissione europea e non ha mai tentato una difesa della normativa italiana sul diritto di prestito pubblico) preferendo che arrivasse una (in tal modo inevitabile) condanna dall'Aja a "obbligarlo". Ma Berlusconi non è succeduto a sé stesso e quindi le conseguenze di quel comportamento sono state raccolte dal governo Prodi, che tuttavia non ha tentato di prendere un'iniziativa presso la Corte europea per quanto in extremis. Così mentre all'Aja si procedeva senza alcun contrasto verso la condanna dell'Italia, a Roma si predisponeva la stessa soluzione concepita dal passato governo. Infatti, nel Disegno di Legge finanziaria per il 2007 [qui in PDF] il governo prevede l’istituzione di un “Fondo per il diritto di prestito pubblico” con una dotazione di 3 milioni di euro (annui? non è specificato), che verrebbe gestito dalla Siae, incaricata di ripartire i fondi tra gli aventi diritto, in base a indirizzi da stabilirsi con Decreto del Ministro per i beni e le attività culturali. Il prestito effettuato dalle biblioteche e discoteche dello Stato e degli enti pubblici rimarrebbe in tal modo “gratuito“ per gli utenti finali.
«Ma chi sono gli utenti finali — si chiedeva "Frontiere digitali" in un intervento del 27 ottobre —, se non i contribuenti che quei 3 milioni di euro hanno pagato di tasca propria attraverso le tasse? Cosa pensate del fatto che i soldi pubblici vadano spesi per arricchire i grossi editori, le multinazionali dell’intrattenimento e gli autori in testa alle classifiche delle collecting society?».
Nel frattempo è arrivata la sentenza di condanna della Corte di Giustizia europea e la stessa proposta contenuta nella Finanziaria attualmente in discussione arriva fuori tempi massimi. In altre parole non impedirà che l'Italia subisca le salatissime multe (a partire da 20 milioni di euro) che una tale condanna in genere comporta. Se dunque la concretizzazione del prestito a pagamento nelle biblioteche si pensava di attuarla con un articolo di legge finanziaria che in realtà modifica – alla chetichella – un aspetto distintivo e progressivo della vigente normativa sul diritto d'autore elidendo d'un colpo un importante diritto culturale, in quanto pressati dall'urgenza del processo in corso all'Aja e nella speranza di poterne anticipare le decisioni ed evitare la condanna, questo obiettivo (o scusante?) il 2 novembre si è dissolto. Sarebbe quindi il caso che il governo riesaminasse la sua posizione sul prestito bibliotecario a pagamento, considerando tutti i pro e i contro della strada che fino a ieri dichiarava necessario intraprendere anche suo malgrado (così una dichiarazione del ministro Rutelli, qualche giorno fa a Raiuno).
Ha ragione "Frontiere digitali" a domandare: «Quali sono i rischi che il Governo provi a proporre questa privatizzazione della conoscenza? Non si potrebbero spendere quei soldi per promuovere iniziative che contribuiscano alla diffusione della cultura, alla promozione della lettura in una società impoverita dalla televisione?». Ma ora ai 3 milioni da stornare per il fondo speciale si aggiungerebbe anche la super-multa Ue, al danno (culturale ed economico) si sommerebbe una beffa ancora più grave tutta da pagare con un ulteriore esborso dalle nostre tasche pubbliche. C'è dubbio che su una situazione del genere occorre rifare il punto ripartendo proprio dal fatto che il prestito pubblico gratuito è un punto irrinunciabile della nostra civiltà culturale e democratica e come tale è riconosciuto da organismi mondiali quali l'Unesco e l'Ifla? A noi pare che sia questa la strada e che quindi vada subito ripreso un dialogo a livello di organismi e istituzioni dell'Ue per una interpretazione meno nordista della direttiva europea che ci ha "condannato" (la 92/100/CEE) o meglio per una sua revisione. (pt)
L'estensione del copyright al prestito bibliotecario è solo l'ennesimo tassello (e non sarà l'ultimo) di un processo di mercificazione e predominio monopolistico sulla cultura iniziato e guidato dagli Stati Uniti negli ultimi vent'anni. La prima tappa è stata l'estensione del copyright da 50 a 70 anni dalla morte dell'autore (vedi nel precedente articolo sul Bibl'og il video realizzato da Monica Mazzitelli). Ora le conseguenze di questo regime del copyright si estenderanno anche alle biblioteche che fanno il servizio di prestito pubblico dei libri. Così se una biblioteca ha acquistato poniamo due copie dell'Ulisse di Joyce, pagando ovviamente i diritti d'autore inclusi nel prezzo di vendita, continuerà a pagare diritti all'editore del libro ogni qualvolta un suo lettore lo prenderà in prestito. Fino al 2011, perché Joyce è morto nel 1941. Non è un bel segnale per la biblioteca che cura ogni giorno la vita e la circolazione pubblica di quelle due copie del capolavoro di Joyce. E non è un segnale che promette bene. Oggi la biblioteca pagherà tramite la cassa dell'apposito fondo ministeriale per il prestito (previsto nella Finanziaria per il 2007) ma cosa accadrà se nei prossimi anni questo fondo venisse "tagliato"? Dovrebbe pagare direttamente la biblioteca? La biblioteca istituirebbe un ticket direttamente a carico dell'utente che chiede il prestito? Difficile ipotizzare che forme assumerebbe il concretizzarsi di un simile scempio. Ma la conseguenza più prevedibile è che la libera circolazione dei libri e della conoscenza, cardine della nostra civiltà e presupposto del suo sviluppo ulteriore, non esisterebbe più e le biblioteche sarebbero disincentivate (piuttosto che incentivate) a promuovere tale circolazione e ad alimentarla ogni giorno con i loro servizi al pubblico. E a quel punto...
Fermiamoci qui, meglio impegnarsi oggi affinché questi scenari rimangano solo materia per racconti di social horror.
Un fantasma si aggira per le biblioteche, ed è ricercato.
E' il fantasma del defunto Prestito Gratuito. Ma non provate ad avvicinarlo, è molto arrabbiato e non gradisce. Infatti...
(Non guardate questo video se siete impressionabili)
Riproduciamo di seguito l'articolo di Tullio Gregory apparso sull'inserto domenicale del Sole 24 Ore del 12 novembre, in prima pagina, Tullio Gregory parla della direttiva europea sul prestito a pagamento, definita «assurda», e della recente condanna dell'Italia da parte della Corte Europea di Giustizia. Gregory difende il diritto al prestito gratuito dei libri da parte delle biblioteche pubbliche e si augura che la misura prevista da un emendamento alla Finanziaria, «un fondo destinato al rimborso forfettario dei diritti d'autore, senza gravare sui lettori», sia approvata.
Il Sole 24 Ore, 12 novembre 2006, "Domenica" p.1
La finanziaria
non faccia
piangere i lettori
di Tullio Gregory
Una direttiva dell'Unione europea (n.92/100 Ce del 1992) ha imposto alle biblioteche pubbliche di far pagare una tossa, in conto diritti d'autore, ai lettori che prendono in prestito un libro sotto diritti (come noto, tale diritto si estende a 70 anni dopo la morte dell'autore).
Non sappiamo se la direttiva sia stata imposta dalla lobby deli editori, che in questo caso avrebbero dato prova di grande miopia non comprendendo che la diffusione della lettura attraverso la rete delle biblioteche costituisce un veicolo privilegiato per incrementare la vendita dei libri. Più prohabilmente sarà stato un depresso funzionario di Bruxelles che ritiene la lettura un fatto di ricchi, quindi da perseguire con specifica tassazione.
Inutile dire quanto sia assurda una simile direttiva che limita di fatto la circolazione dei libri e l'aumento dei lettori. L'Italia per fortuna non ha reso operante la direttiva (pur recepita), ma è stata per questo sottoposta a procedura di infrazione nel 2003, ai sensi dell'articolo 226 del Trattato Ce, ed è stata condannata con sentenza del 26 ottobre 2006.
Oggi, costretta a renderla esecutiva, l'Italia trova nel Ministro Rutelli un convinto sostenitore di una politica che favorisca la diffusione del libro e della lettura: egli ha opportunamente proposto, d'accordo con gli editori, un emendamento alla Finanziaria (n. 163) per istituire un fondo destinato al rimborso forfettario dei diritti d'autore, senza gravare sui lettori, già tanto scarsi nel nostro Paese.
Ci auguriamo che il Ministro venga seguito dai suoi colleghi di Governo e dal Parlamento; dovrebbe comunque essere unanime la condanna di una direttiva la quale, per modesti interessi di bottega, ostacola la diffusione del prestito librario mettendo in crisi tutte le iniziative per aumentare il numero dei lettori, nelle quali sono impegnati tanto gli editori, qumto gli Enti locali e in primis il ministero per i Beni e le atiività culturali.
Per singolare coincidenza, di lettura, anzi di etica della lettura, ha parlato ieri a Bologna, presso il Mulino. Ezio Raimondi, maestro di studi filologici e letterari: ove etica non sottolinea soltanto il valore morale del leggere, ma il dovere di promuovere la lettura come uno dei grandi fattori di incivilimento, di crescita responsabile di ogni società.
Lepgere ascicura la continuità della memoria, nell'assiduo processo di conoscenza, assimilazione e traduzione nella nostra coscienza —individuale e collettiva— di quelle che sono le testimonianze, le esperienze di vita e di pensiero compiute nel succedersi delle generazioni. Leggere è dialogo che supera tempo e spazio in una comunità di spiriti ove ciascuno ritrova se steso confrontandosi con gli altri; è civile conversazione fra antichi e moderni.
Leggere è «esperienza di libertà»: per questo una politica di diffusione del libro è dovere primario di una società aperta; non a caso le repressioni. le censure, i roghi di libri hanno sempre caratterizzato le dittature. Interessi economici o politici che introducano misure restrittive alla circolazione del libro —che trova nelle biblioteche i punti fondamentali di snodo— è da respingere come segno di rozzezza e sopraffazione, negazione di quell'etica della lettura ai cui valori Ezio Raimondi ci ha richiamati.
LA CORTE DI GIUSTIZIA DELL'AJA HA SENTENZIATO CHE LE BIBLIOTECHE PUBBLICHE ITALIANE DEVONO INTRODURRE IL PRESTITO A PAGAMENTO IN QUANTO L'ATTUALE PRESTITO GRATUITO VIOLA UNA DIRETTIVA EUROPEA DEL 1992. INSOMMA SONO FUORI LEGGE.
E IL GOVERNO STORNA 3 MILIONI DI EURO NELLA FINANZIARIA 2007 PER UN FONDO CHE PAGHI QUESTA NUOVA TASSA SULLA CULTURA.
SOLDI PUBBLICI DI TUTTI I CITTADINI CHE ANDRANNO ALLA SIAE E DA DA LI' AI GRANDI GRUPPI EDITORIALI E AGLI AUTORI PIù NOTI E AFFERMATI SUL MERCATO. MENTRE VENGONO SOTTRATTI ALLE BIBLIOTECHE CHE AVRANNO ANCORA MENO RISORSE PER I SERVIZI AI LETTORI, L'ACQUISTO DI LIBRI E RIVISTE E LA PROMOZIONE DEGLI AUTORI MINORI E NON ANCORA AFFERMATI.
iN CORSO DI EDIZIONE
L'estensione del copyright al prestito bibliotecario è solo l'ennesimo tassello (e non sarà l'ultimo) di un processo di mercificazione e predominio monopolistico sulla cultura iniziato e guidato dagli Stati Uniti negli ultimi vent'anni. La prima tappa è stata l'estensione del copyright da 50 a 70 anni dalla morte dell'autore. Nel delizioso e curatissimo video (qui sotto) realizzato da Monica Mazzitelli della Wu Ming Foundation e presentato pochi giorni fa in Svezia, la storia e le conseguenze di questa "trappola". Che ora scatta anche per le biblioteche che fanno il servizio di prestito pubblico.
Riproduciamo di seguito l'articolo di Wu Ming 2 scritto subito dopo il convegno nazionale contro il prestito a pagamento tenutosi nel febbraio del 2003 a Cologno Monzese. In quell'occasione i Wu Ming annunciarono la loro iniziativa di pubblicare nei libri un'apposita dichiarazione di rinuncia ai proventi del prestito bibliotecario (poi adottata nei loro volumi) e Bibl'aria presentò (come ricordato qui da WM 2) la campagna di firme sotto un appello al presidente della Commissione europea (che allora era Prodi) .
Biblioteche fuorilegge
di Wu Ming 2
Era forse il nostro incubo peggiore. Il mostro cattivo evocato mille volte, in articoli e dibattiti sulla proprietà intellettuale. La Biblioteca Fuorilegge.
Immaginate un mondo in tutto e per tutto identico al nostro, con la sola differenza che non esistono collezioni di libri aperte al pubblico e consultabili gratuitamente. Immaginate che qualcuno proponga di introdurle. Credete che i colossi dell'informazione e dell'intrattenimento resterebbero a guardare? Ne dubito. Subito nascerebbero decine di limitazioni e balzelli per ostacolare quello che oggi consideriamo non soltanto un diritto, ma anche uno degli strumenti che ha permesso alla cultura occidentale di trasmettersi, conservarsi e progredire.
Per farsene una piccola idea, basta considerare quello che accade con la musica e i film: le biblioteche prestano anche videocassette e CD, ma a condizione che non si tratti di uscite recenti (cioè degli ultimi 18 mesi). Come mai per saggi e romanzi non vale ancora questa distinzione? Primo, perché gli strumenti per riprodurli (le fotocopiatrici) non sono diffusi tra i privati tanto quanto masterizzatori e videoregistratori. In questo modo, copiare un libro diventa più difficile ed è più facile sanzionare o tassare chi ci prova - vedi l'inconcepibile 'decima sulla cultura' che siamo costretti a versare alla SIAE tutte le volte che varchiamo la soglia di una copisteria con un libro in mano. Secondo, la veneranda età e i decenni di stimato servizio del prestito librario hanno fatto da diga per simili restrizioni. Una diga debole, purtroppo. Tanto che persino questa pratica, di recente, è finita sotto accusa.
A sferrare l'attacco è la Commissione europea, che minaccia di sanzionare alcuni paesi dell'Unione, tra cui l'Italia, per non aver recepito in maniera corretta una direttiva comunitaria del '92. Questo capolavoro giuridico introduceva il concetto di 'giusta remunerazione' per i titolari del diritto d'autore anche in caso di semplice prestito (e non solo di noleggio a pagamento) delle opere in questione.
In sostanza, se tu vai in biblioteca e prendi un'opera di Tizio, Tizio ha diritto a un compenso. In realtà, il prestito gratuito è già un compenso per gli autori, molto più interessante di quei pochi spiccioli, perché facilita l'incontro con un lettore, cioè con una potenziale, efficacissima macchina da propaganda. Certo, se il libro è pessimo, pochi lettori lo consiglieranno e regaleranno in giro, ma in quel caso l'autore deve lamentarsi solo con sé stesso per la sua giusta remunerazione. Senza contare che il libro di Tizio potrebbe non essere disponibile nella libreria più vicina, dato che la permanenza media di un volume sugli scaffali è di pochi mesi soltanto. Addirittura: il romanzo di Tizio potrebbe essere fuori catalogo, non più ristampato da anni. Ma forse, proprio grazie a quel volume introvabile, l'utente della biblioteca si convincerà a comprare l'ultimissima uscita dello stesso autore e a parlarne agli amici e a regalarla ai parenti.
Qualcuno potrebbe obiettare, a questo punto, che la direttiva europea lascia molta libertà ai singoli Stati: di indicare l'entità del compenso, le modalità per ridistribuirlo e le istituzioni pubbliche esonerate dal pagamento. Nel settembre 2002, però, la Commissione ha 'denunciato' come eccezione troppo ampia l'escludere in blocco tutte le biblioteche pubbliche. Cosa farà l'Italia? Con l'aria che tira, ci sono tutti i requisiti per una restrizione nel diritto di accesso alla cultura, di pari passo con quanto accade per la musica, i film e il software. Ciò non significa che le biblioteche finiranno per funzionare come semplici noleggi: paghi e ritiri. Non credo si arriverà a una tassazione 'diretta', a carico dell'utente. La provocazione sarebbe eccessiva. E come dimostra la crisi irreversibile del mercato discografico, inimicarsi il pubblico non è una buona strada. Meglio indorare la pillola.
In Francia, ad esempio, la legge che deve entrare in vigore prevede un pagamento da parte delle biblioteche in base al numero di iscritti e al volume del prestito. Come a dire che più una biblioteca lavora bene, più deve pagare.
In Svezia, invece, esisteva già un contributo statale per l'editoria e la promozione della letteratura nazionale. Il pagamento per il prestito è stato in qualche modo 'dissolto' dentro quella cifra, che il governo svedese era già abituato a pagare, con particolare attenzione per i piccoli editori. E questa, di tutte le operazioni di maquillage per un provvedimento comunque ingiusto, mi pare in assoluto la più innocua.
In Finlandia ci si chiede con insistenza se il gioco vale la candela, dal momento che il sistema per la remunerazione costa il 60% della remunerazione stessa, più un 20% che se ne va in tasse. La montagna partorisce un topolino.
Il problema del nostro paese è che non abbiamo un governo e quando ce l'abbiamo, la politica culturale è l'ultimo impegno dell'agenda. Lo scenario più credibile, pertanto, vedrebbe le biblioteche obbligate a pagare una certa somma e una società come la SIAE delegata a distribuirla, come accade per la musica, in base a criteri incomprensibili, statistiche fumose, spartizioni poco trasparenti che finiscono per privilegiare grandi gruppi editoriali e autori già affermati. D'altra parte, per un paese come il nostro, sia che paghino le biblioteche, come in Francia, sia che paghi lo Stato, come in Svezia, il meccanismo si tradurrebbe comunque in una minore disponibilità economica per l'intero settore, cioè meno acquisizioni di libri, meno iniziative e convegni, meno servizi a favore dei lettori . E con la scusa del 'giusto prezzo per un servizio migliore', che invece dovrebbe essere garantito e gratuito, non ci vorrebbe molto a far passare l'iscrizione a pagamento per tutte le biblioteche del territorio.
L'aspetto più fastidioso per chi fa il mio mestiere, è che tutti questi provvedimenti tirano in ballo l'autore e le sue necessità. Se non può guadagnarsi da vivere col lavoro creativo, si dice, egli smetterà di beneficiare la comunità con le opere del suo ingegno. Quindi: paga per fotocopiare il libro, ché l'autore deve mangiare. Paga per accedere alla biblioteca, ché l'autore deve comprarsi la casa. Paga per leggere questa favola a un gruppo di bimbi, ché l'autore non arriva a fine mese. Balle. Se un autore vende, non sono certo i soldi del prestito a fargli la differenza. Se vende poco - perché ha un piccolissimo editore, perché si rivolge a un pubblico ristretto, perché non sa scrivere - non è giusto che si rifaccia sulle biblioteche, che sono tra le poche a dargli una mano. Poi c'è un'altra questione. Qui rischio di essere ripetitivo, ma si sa che i grandi spazi vuoti facilitano l'eco: poche ma significative esperienze – tra cui quella del collettivo Wu Ming, di cui faccio parte - dimostrano che la riproduzione di un'opera narrativa, con qualsiasi mezzo, purché non a scopo di lucro, non nuoce in alcun modo alle vendite in libreria dell'opera stessa e semmai contribuisce alla notorietà dell'autore. Uno scrittore affermato non ha niente da temere da un simile uso, semmai il contrario. E se il discorso vale per la copia, vale per il prestito a maggior ragione. Un autore poco noto non ha che da guadagnarci maggiore visibilità, lettori, diffusione. Il sistema opposto, invece, sottrae fondi alle biblioteche. Meno fondi alle biblioteche significa meno acquisti di libri. Meno acquisti significa sempre meno spazio, sugli scaffali, per libri ricercati, autori di nicchia, piccole case editrici. E meno fondi significa anche meno presentazioni di libri, che sono oggi il veicolo principale di promozione editoriale. Non so i miei colleghi, ma io preferisco senz'altro poter incontrare una comunità di lettori in cambio del rimborso spese, di una pizza e quando va bene di un gettone di presenza, piuttosto che vedermi recapitare un pugno di euro come 'remunerazione per il prestito', privando però le stesse biblioteche della possibilità di invitarmi.
Dunque la si smetta di chiamarci in causa. Quando il presidente del Sindacato Nazionale Scrittori (???) dice che " il diritto a leggere non deve ricadere sul diritto degli autori, poiché molti scrittori vivono del diritto d’autore" o non sa di cosa parla o è del tutto in malafede.
Per uno scrittore, ciò che davvero conta è la certezza di essere pagato per lo sfruttamento commerciale del proprio lavoro. Che c'entra il prestito gratuito? Ogni ulteriore restrizione dell'uso è a esclusivo vantaggio degli enti parastatali per la tutela del diritto d'autore e delle major dell'editoria. Ma anche queste ultime, in realtà, possono benissimo sostenersi coi diritti esclusivi di sfruttamento commerciale delle diverse opere, senza mettere in campo odiosi stratagemmi per lucrare un surplus sulla pelle dei lettori.
Contro il provvedimento della Commissione europea, per fortuna, si sono levate molte voci in diversi paesi. In Spagna è in corso una grande mobilitazione. In Italia siamo ai primi passi, ma ci si muove. Non a caso, parliamo di paesi dove il numero di lettori è bassissimo e le biblioteche svolgono un ruolo di primaria importanza. L'associazione di categoria Bibl'aria ha prodotto un appello da sottoscrivere e spedire al presidente Prodi. La biblioteca civica di Cologno Monzese ha organizzato una giornata contro il prestito a pagamento, che ha avuto un notevole successo lo scorso 21 febbraio. Un editore come Minimum Fax ha dato il suo sostegno alla campagna "Non Pago di Leggere".
Si attende una presa di posizione degli autori, che senz'altro potrebbero chiedere a chi li pubblica di inserire nei contratti, e sui libri, una clausola che autorizzi il prestito bibliotecario gratuito. Giusto a scopo preventivo. Perché va bene discutere del rapporto tra letteratura e realtà, ma soprattutto, per evitare figuracce, tutte le volte che la realtà chiama sarebbe indispensabile farsi trovare pronti.
E ricordare due aspetti, all'inizio dell'ennesima battaglia.
Prima di tutto, che non si tratta di una provocazione isolata. E' giusto mobilitarsi volta per volta, qui e ora, a seconda delle necessità e delle tematiche del momento, ma non bisogna dimenticare il contesto generale, altrimenti anche le vittorie diventano episodiche e poco efficaci. Chi rimane scandalizzato di fronte all'eventualità del prestito a pagamento, non può fare a meno di riflettere sull'intero problema della proprietà intellettuale, con le sue molte storture. Non si può restare indifferenti davanti all'attacco contro il file sharing e poi inorridire per altre facce della stessa medaglia. In un mondo dove lo scambio tra privati di brani musicali è sanzionato da leggi sempre più severe, e la "pirateria" viene utilizzata come emergenza per restringere i diritti degli individui e invaderne la privacy, è perfettamente normale che qualcuno debba pagare per tenere in vita il prestito di libri.
In seconda battuta, è molto importante non cadere in una logica puramente difensiva, attribuendo all'avversario una sorta di onnipotenza. Ancora una volta, le reazioni scomposte, isteriche, ingiustificabili, stanno a dimostrare che l'esercito nemico è già inciampato nella sua Stalingrado. Il numero delle defezioni aumenta di giorno in giorno: alienarsi le simpatie del pubblico è una strategia perdente anche sul breve periodo. Le nefandezze delle squadracce del copyright non fanno che arruolare sempre più partigiani nelle file di chi lotta per un sistema di proprietà intellettuale più rispettoso dei diritti del singolo e della promozione culturale.
Non è la comunità degli utenti a doversi difendere.
Abbiamo di fronte truppe disorientate, che fuggono sparando a casaccio.
Oltre le prime colline, c'è già Berlino.
Bologna, 25 febbraio 2004 Ringrazio il dott. Marco Marandola per alcuni dati e chiarimenti giuridici.
40 ANNI DOPO L'ALLUVIONE DI FIRENZE LO SPIRITO TRADITO DEGLI «ANGELI DEL FANGO»
ACCEDERE AI LIBRI NELLE BIBLIOTECHE STORICHE ITALIANE RIMANE UN DIRITTO RISERVATO A POCHI. PERCHE'?
Riproponiamo un filmato dell'Istituto Luce realizzato nel dicembre del 1966, a un mese dall'alluvione di Firenze, e delle foto di allora che testimoniano lo straordinario impegno profuso dagli «Angeli del fango» per salvare il patrimonio librario e di opere d'arte che l'Arno aveva sommerso. Senza la loro opera volontaria poco o nulla di quell'inestimabile patrimonio di decine di migliaia di volumi rari e antichi e opere spesso uniche sarebbe arrivato fino a noi ritornando nelle biblioteche, archivi, musei e chiese che li custodivano.
Ma a quarant'anni dal loro salvataggio, oltre 17.000 di quei volumi alluvionati non sono stati ancora restaurati. Lo ha dichiarato pochi giorni fa alla televisione la direttrice della Biblioteca nazionale centrale di Firenze, Antonia Ida Fontana, nella trasmissione de "La storia siamo noi" dedicata all'alluvione del '66 a Firenze. Perché? La madre di tutte le risposte è sempre la stessa: si tratta di restauri lunghi e complessi, occorre personale altamente specializzato e i fondi messi a disposizione dal Ministero (Beni culturali) sono insufficienti, anzi nel corso degli ultimi anni sono stati ulteriormente tagliati. Il neo ministro dei beni culturali Rutelli, in visita alla storica biblioteca nazionale fiorentina proprio lo scorso 4 novembre, ha promesso che si volterà pagina, ma i dati dei tagli previsti dalla finanziaria 2007 sono sotto gli occhi di tutti.
Guardando il filmato e le foto che ritraggono le migliaia di giovani accorsi a salvare i libri dal fango, e poi anche a Roma agli Archivi di stato per le prime operazioni di asciugatura – come mostra il filmato sopra dell'Archivio Luce –, ci si deve porre però un'altra domanda. Quanti dei coetanei di oggi di quegli "angeli del fango" che allora sottrassero alla scomparsa libri antichi, rarissimi esemplari e manoscritti unici, potrebbero oggi accedere alle biblioteche cui li restituirono? E in che modo sarebbero accolti? La risposta è inquietante. Sarebbero ben pochi, incontrerebbero un gran numero di difficoltà e restrizioni e ancora di meno – una ristretta élite di studiosi "presentati" e ben identificati da una speciale tessera – potrebbero riavere tra le mani quei libri rari e antichi che gli studenti, i giovani e tutti gli altri volontari salvarono con le loro mani, con la mente e il cuore in nome di un'appartenenza universale e del diritto di tutti a potere continuare a fruirne.
C'è una responsabilità politica ben distribuita a tutti i livelli (centrale e locali) in questo tradimento dello spirito degli "Angeli del fango" perché la scarsa sensibilità del nostro ceto politico verso i "beni librari" si è sempre accompagnato ad un atteggiamento di deferente sudditanza verso le biblioteche "templi della cultura" e le loro vestali depositarie di un sapere e di un linguaggio speciale, quasi sacerdotale. Ma questa malintesa sacralità "dei libri", che molto spesso è anche frutto di scarsa frequentazione degli stessi e soprattutto delle biblioteche pubbliche, è stata ed è anche un alibi per relegare i suddetti "templi" a continuare una sorta di esistenza separata, abbastanza segreta e incomprensibile ai non addetti, per la quale possono bastare le elemosiniere, diversamente dalla grande politica, dai beni culturali più visibili, mostre, eventi di richiamo ecc.
Però lo "spirito tradito" degli angeli del fango richiama un'altra responsabilità non meno grave e influente di quella a carico della politica. E' la responsabilità degli stessi addetti ai lavori, i "grandi bibliotecari" e i teorici della biblioteconomia italiana con cui i politici hanno a che fare, e che fanno da "esperti" nelle sedi ministeriali, negli assessorati alla cultura e negli altri luoghi istituzionali dove si producono gli orientamenti, i regolamenti e le politiche reali delle biblioteche pubbliche dello stato e degli enti locali.
Se la situazione è questa, come Bibl'aria sostiene e denuncia da alcuni anni, certi nuclei e presupposti della dottrina biblioteconomica ufficialmente "professata" in Italia vanno rivisti criticamente o del tuttto abbandonati. Non è una battaglia facile perché i "papi" di questa biblioteconomia difficilmente accetteranno che un'operazione di laicizzazione piena e democratizzazione metta in discussione alcuni fondamenti della disciplina (e conseguentemente della prassi) bibliotecaria istituzionale. Ma anche altre spinte di grande forza e parimenti ineludibili verso un'inovazione radicale, come quelle che provengono dalla ricerca informatica e dall'«intelligenza artificiale» applicata alla digitalizzazione dei documenti, rendono necessario e urgente per i bibliotecari uscire dalla buccia. Occorerebbe un radicale riposizionamento della teoria e della prassi della professione bibliotecaria perché in Italia il ritardo accumulato nell'aggiornare lo sguardo di questa professione verso il patrimonio librario da un lato e la nuova utenza (attuale e potenziale) dall'altro è particolarmente grande (la responsabilità di un immenso e prezioso patrimonio storico ha giustificato oltre misura il perdurare di una tradizione "difensiva" conservatrice, anche in tanti che soggettivamente e politicamente sono su posizioni democratiche e progressiste).
Chi allora può contribuire affinché questa svolta inizi e con essa sia possibile avviare una discussione ampia, aperta (anche verso l'esterno: utenti comuni, autori, intellettuali, professioni contigue ecc.), senza né pregiudizi né toni da duelli di paladini contro infedeli? Lo sforzo di un piccolo gruppo come Bibl'aria non può bastare, questo è sicuro, ma avere posto la questione pubblicamente continua a costituire una rottura dei ranghi cui i nostri colleghi dovrebbero guardare senza troppe diffidenze. Infatti in passato (ma anche non tanto) di pietre individuali nello stagno ne sono state lanciate diverse e non senza peso, ma sono rimaste isolate e risucchiate. Un collettivo come Bibl'aria invece ha una storia e una memoria collettiva (anche le pagine di questo Biblog) e ciò può aiutare a fare esprimere anche altre voci. Di sicuro quelle di altri colleghi e professionisti come già è avvenuto (ma pochi rispetto ai tanti indecisi sull'opportunità di uscire allo scoperto), ma altrettanto importante (o di più) dare voce agli utenti in prima persona. La collaborazione con l'Associazione dei lettori della BNCF, la pubblicazione degli interventi e degli articoli di Berardino Simone e di altri ha il senso di un importante riconoscimento: l'utente non è (o non soltanto) quello di cui parlano i testi italiani di biblioteconomia e i loro docenti, è quello di cui parla egli stesso: in genere un cittadino e una cittadina con molti problemi di rapporto con le biblioteche, spesso sentito addirittura come "surreale", e molte cose scomode da fare ascoltare.
Lanciamo una "provocazione" nello spirito degli Angeli del fango affinché in occasione di questa 40esima ricorrenza si affianchi alla bella celebrazione offerta dalla città di Firenze una specifica e significativa iniziativa da parte dei bibliotecari che alla fine dello scorso ottobre si sono riuniti nel congresso nazionale dell'Aib, la maggiore delle associazioni del settore, senza dedicare alcun spazio a tematiche fondamentali per gli utenti di questa professione (che sono i lettori e non i libri) quali una liberalizzazione democratica dell'accesso pubblico alle collezioni "storiche" e alle raccolte "speciali" del nostro patrimonio librario; e quella vera e propria emergenza costituita dalla prevista introduzione del "prestito a pagamento" anche per le biblioteche pubbliche. L'Aib decida di aprire un microfono (almeno nel suo congresso del 2007) agli utenti e alle associazioni dei lettori, e ascolti ciò che diranno. L'alluvione in realtà non è ancora finita e questo sarebbe quindi un buon segnale (pt).
Pubblichiamo sotto un filmato realizzato a Firenze lo scorso 4 novembre in occasione della celebrazione del 40° anniversario dell'alluvione.
FIRENZE CELEBRA GLI «ANGELI DEL FANGO»
MA ACCEDERE AI LIBRI NELLE BIBLIOTECHE STORICHE ITALIANE
RIMANE UN DIRITTO RISERVATO A POCHI. PERCHE'?
ANTICIPIAMO LA PUBLICAZIONE DI UN ESTRATTO DA UN ARTICOLO DI PROSSIMA USCITA A CURA DI BIBL'ARIA CHE CONTIENE UNA CRITICA DOCUMENTATISSIMA QUANTO IMPIETOSA DI UN UTENTE «CONTRO LA BIBLIOTECONOMIA ITALIANA » CHE 40 ANNI DOPO LA MOBILITAZIONE DEMOCRATICA DI MASSA CHE PERMISE DI SALVARE UN PATRIMONIO DI VOLUMI UNICI E RARI DALL'ALLUVIONE CONTINUA A NEGARE IL DIRITTO DI TUTTI DI ACCEDERVI NELLE BIBLIOTECHE E DI FRUIRE DEMOCRATICAMENTE DI QUEL PATRIMONIO.
Il 1966 non è stato un anno come gli altri, le spinte e i fermenti culturali, teorici e politici che due anni più tardi incendiarono il mondo confluedo nei movimenti del '68 (irruzione sulla scena della democrazia dal basso, antiautoritarismo, critica radicale del capitalismo e nascita di una "nuova sinistra" alcuni degli elementi unificanti) erano già in avanzata gestazione. Con lo sguardo del poi sappiano che quelle spinte a partecipare e a "esserci", nel mondo e nella vita sociale con le proprie gambe e la propria testa, erano già presenti nei luoghi ove si lavorava, si studiava o si produceva cultura, musica, ricerca scientifica. Si possono citare un gran numero di esempi nei più diversi campi ma ciò che contraddistinse quanto avvenne a Firenze per salvare i libri e le opere d'arte non fu soltanto quel "clima" di condivisione e di spontanea ma consapevole solidarietà e altruismo che visse un'intera città insieme a chi vi accorse, cioè una forte dimensione umana collettiva in cui si sgretolarono tutte le barriere e le tradizionali diffidenze (di ceto, di cultura, di professione, di provenienza geografica) e che sarebbe poi divenuta una cifra del '68; ciò che fu straordinariamente anticipato nella risposta all'alluvione del '66 è che tutto ciò accadeva – in un miscuglio di lingue e di dialetti diversi – per un sentimento-ragione profondo che prese corpo come al richiamo di un gong "antropolitico": la cultura, i suoi testi, le sue opere, non sono un bene per pochi che riguarda pochi, sono di tutti, un patrimonio che ci appartiene: se è in pericolo, se un grande rischio lo mette a repentaglio conta poco in che lingua un libro ci parli o quanto vicino o lontano dalla nostra sensibilità o al nostro interesse sia un dipinto rinascimentale o un manoscritto scientifico, siamo chiamati in prima persona a fare quel che serve per salvarlo. Perché il patrimonio culturale ci appartiene – a tutti e a ciscuno – come specie umana. Tutti i fatti che lo riguardano ci riguardano, perché si tratta dei nostri "beni culturali". Una qualsiiasi perdita cancella un tassello di passato della nostra memoria di specie, diminuisce la nostra intelligenza futura. Noi siamo e saremo la nostra cultura. Il valore politico (attualissimo) che sta dentro l'esperienza degli "Angeli del fango" consiste nell'avere affermato questo principio incidendolo in una pagina indelebile di storia vissuta, con un grande evento collettivo spontaneo. Cosicché se oggi permangono — come spiega un utente costretto a diventare studioso di fruizione bibliotecara, nell'articolo di cui anticipiamo un estratto — atteggiamenti, atti e prassi (ma anche una dottrina giustificatoria) che non hanno ancora recepito il valore di quella pagina di storia (e forse neppure di quella dell'89, 1789) c'è poco da essere pazienti e indulgenti. Al di là di ogni odierna celebrazione lo spirito degli Angeli del fango è stato tradito.
O mai davvero capito e accettato? Sarebbe ancora peggio.
Pubblichiamo sotto un estratto da uno studio "Contro la biblioteconomia italiana - Per la fruizione dei beni librari" di Berardino Simone.
ESTRATTO
Purtroppo in Italia la biblioteconomia non solo ha suggerito ai bibliotecari come soffocare quella auspicabile riforma delle biblioteche, ma ha anche insegnato come scoraggiare i curiosi, gli utenti “impropri”, e tenerli lontani dalle biblioteche “riservate” alle persone più erudite degli altri o presunte tali. Ancora oggi la gran parte dei bibliotecari “di conservazione” delle circa cinquanta “biblioteche pubbliche statali”, insieme a quelli delle ben più numerose biblioteche storiche italiane, si comportano come se il loro compito si esaurisse nell’essere di supporto agli “studi di alta cultura”, quando addirittura non assumono comportamenti anacronistici ed antidemocratici che sembrano voler contrastare il “volgarizzarsi della cultura” [Geretto, A5]. Ancora oggi le tradizionali prassi organizzative dettate dalla biblioteconomia che, come abbiamo esemplificato, si possono riconoscere nei recenti regolamenti contra legem, testardamente fanno sì che i potenziali nuovi lettori che si avvicinano alle biblioteche pubbliche storiche vengano abusivamente respinti come “nemici” [Eco, A7], o “riorientati” [Ridi, A3] —come fossero bambini che rischiano di farsi male con un gioco per grandi— verso le biblioteche “di tipologia inferiore”, a partire da quelle dette “pubbliche” o “aperte al pubblico”. Oppure, “ammesso che ci entrino, usufruendo in modo puntiglioso e antipatico di un diritto” [Eco A7], possano al massimo accedere nella “Sala Lettura”, dove tradizionalmente è disponibile una quota minima del patrimonio librario custodito, i soli libri moderni.
Tutto il nostro patrimonio storico artistico librario ancora oggi non è fruibile dai cittadini perché i bibliotecari conservatori lo tengono “nascosto” nelle elitarie Sale di Consultazione delle biblioteche storiche, perché vogliono, arbitrariamente, che resti “riservato” esclusivamente ad “un ristretto gruppo di cittadini” [Montecchi A4] (che può facilmente sconfinare nella “erudita” cerchia delle amicizie personali). Le persone a cui il bibliotecario conservatore – con la sua odiosa azione di selezione dell’utenza – “concede” il permesso di accesso o la tessera d’ingresso sono quelle alle quali, in qualche modo, egli attribuisce l’opinabile e mai oggettivamente definito status di “studioso serio” [Geretto, A5]. Il fortunato lettore, non di rado, viene in pratica cooptato nelle nostre biblioteche storiche (che dovrebbero essere per tutti) attraverso la pretesa di discutibili ma indispensabili “lettere di presentazione” – vere e proprie raccomandazioni – redatte da “studiosi” già riconosciuti tali dal bibliotecario conservatore [Maltese, A20].
Anche un tale uso di queste “lettere” è il risultato di un processo di eterogenesi dei fini, di una distorsione della biblioteconomia contemporanea italiana.... (leggi tutto)
40 ANNI DOPO L'ALLUVIONE TORNANO A INCONTRARSI A FIRENZE I RAGAZZI E LE RAGAZZE CHE ALLORA SALVARONO (TRA L'ALTRO) I SEI CHILOMETRI DI LIBRI, MANOSCRITTI E DOCUMENTI RARI E UNICI CHE L'ONDA DELL'ARNO AVEVA TRAVOLTO E SOMMERSO. FURONO LORO GLI «ANGELI DEL FANGO».
Vennero da tutte le regioni d'Italia e del mondo e per capirsi nella gestione delle operazioni di soccorso e salvataggio (per es. negli scantinati della Biblioteca Nazionale invasi dal fango) adottarono i simboli internazionali della segnaletica stradale e un semplice linguaggio di segni per le istruzioni dirette sul campo. Fu così che la gran parte di quel patrimonio di cultura, memoria e civiltà che stava per andare disperso o irreparabilmente danneggiato potè essere messo al sicuro strappandolo all'acqua e al fango. E si trattava del venti per cento dell'intero patrimonio librario e documentale custodito nei magazzini della Biblioteca nazionale fiorentina, senza contare gli Archivi storici custoditi agli Uffizi, alluvionati anch'essi, le opere d'arte e i beni privati. Ma quaranta anni dopo ancora quel lavoro di restauro dei libri alluvionati e salvati non è stato del tutto completato.
Lo spirito universale di quei giorni ha segnato un'intera generazione nel mondo intero, fu raccolto dal movimento del '68 ed è arrivato fino a noi di Bibl'aria, come memoria collettiva consapevole e attraverso le le storie personali di chi allora vide e sentì e capì, magari anche solo attraverso le immagini della televisione in bianco e nero. Così nel nostro Dna c'è un gene che viene dai ragazzi andati a Firenze per l'alluvione del '66 a salvare i libri e le opere d'arte. Non è un qualcosa che si manifesti solo "di testa", è la cultura vissuta anche soggettivamente come partrimonio collettivo, universale, in una dimensione e visione pienamente democratica al di là di ogni discriminazione o esclusione. Gli angeli del fango hanno rifondato sul piano soggettivo di massa la cognizione intellettuale di patrimonio dell'umanità. E' accaduto a Firenze 40 anni fa ma da allora il "gene" nato in quei giorni è diventato un meme, si è ripetuto e si è trasmesso, nello spazio e nel tempo, e poi anche nel Web! Spetta a tutti alimentarne la memoria e continuare a trasmetterne il contagio contro ogni spinta a ritornare nel passato, a una cultura d'élite senza vere possibilità di fruizione per tutti. E se ne ricordino soprattutto gli addetti ai lavori delle istituzioni culturali. In particolare – per quanto ci riguarda professionalmente più da vicino – non dimentichino il significato e l'insegnamento degli angeli del fango quei bibliotecari che ancora oggi considerano gli utenti dei "disturbatori" o addirittura dei nemici da allontanare dai libri.
Riproduciamo sotto la pre-home (CLICCABILE) del sito ufficiale degli Angeli del fango da cui domani potrà anche essere seguito in live tv l'evento del raduno internazionale di Firenze. Questa l'URL: <http://www.angelidelfango.it/>.